IL NOMADISMO… ::
IL SUO ROVESCIO E IL TERZO ESCLUSO

Che siano stati i nomadi a inventare l’identità tra luogo e legge?

Nel 1950, Carl Schmitt utilizzò la parola greca nomos che si traduce normalmente con legge o norma (traduzioni che a Schmitt non piacevano), per designare l’occupazione originaria della terra, con la relativa suddivisione e distribuzione, facendola derivare dalla parola nemein, che significa tanto pascolare quanto dividere. Per tutti gli autori tradizionalisti, almeno a parole, il nemico ufficiale sembrerebbe essere il nichilismo, e per nichilismo Schmitt intendeva una definitiva e radicale separazione tra ordinamento e localizzazione nello spazio, ovvero il dileguamento del senso più autentico del nomos. In urbanistica, sarebbe così nichilismo il non-luogo di Augé e, allo stesso tempo, l’utopia che proietta degli ordinamenti ideali in uno spazio non localizzabile. In economia politica, sarebbe nichilismo la globalizzazione e, allo stesso tempo, l’internazionalismo dei lavoratori. Sarebbe nichilismo il cosmopolitismo dell’élite dominante e degli accademici e, allo stesso tempo, il sogno anarchico e libertario di un mondo senza frontiere. Sarebbe nichilismo la finanza e, allo stesso tempo, la rete. Sono nichilisti i diritti universali dell’uomo e sguazzano nel nichilismo gli apolidi e i popoli senza territorio. Chi sovrastima Schmitt per la raffinatezza dei suoi saggi, dovrebbe anche intendere dove questo autore abbia davvero intenzione di andare a parare. Inoltre, da questo punto di vista il nomadismo dovrebbe essere l’antidoto più efficace contro il  nomos. Infatti, con tutti i nichilismi che abbiamo visto, apparentemente avremmo a che fare con altrettante attitudini nomadiche. Senza contare le deterritorializzazioni psichiche, di genere, artistiche. Insomma, Deleuze e Guattari  avevano visto lontano. La ricostruzione filologica dell’origine della parola nomos di Schmitt non è affatto sbagliata, ed è confermata da uno studio di un anno prima del linguista Emmanuel Laroche, forse lo studio più esauriente sull’argomento: Histoire de la racine Nem- en Grec Ancien. La radice nem- nei suoi significati più arcaici stava proprio per distribuire, dividere, far pascolare.

Tuttavia, c’è qualcosa che non torna: la  parola nomadismo condivide quella radice proprio con la parola nomos, lo sapeva bene un nomade come Bruce Chatwin. Che siano stati proprio i nomadi a inventare l’identità tra luogo e legge? Se fosse così, forse potremmo permetterci dei dubbi sul fatto che il nomadismo sia davvero l’antidoto più efficace al tradizionalismo politico, essendone probabilmente la radice più arcaica, e occorrerebbe allora trovare delle teorie che facciano saltare la dicotomia nomadismo/nomos o la articolino in modo da consentire di uscire dal suo limitato paradigma. Intanto, riteniamo che un’anticipazione di una possibile via d’uscita da questa impasse tipicamente postmoderna sia rintracciabile nel seguente passaggio, scritto da un Karl Marx ventiseienne: “il proprietario fondiario e il capitalista si ricordano della loro origine antitetica […] il proprietario fondiario conosce il capitalista come il suo schiavo di ieri, presuntuoso, emancipato, arricchito e si vede da lui minacciato come capitalista […] il capitalista conosce il proprietario fondiario come il padrone di ieri, inoperoso, crudele, egoista, e sa di danneggiarlo come capitalista […] Questa antitesi è molto aspra e i due termini si rinfacciano reciprocamente la verità”. L’uno “fa valere la nobiltà originaria della sua proprietà, fa valere memorie e reminiscenze feudali, la poesia del ricordo, la sua natura romantica…” e  incolpa l’altro di essere “un manigoldo senza onore, senza principi, senza poesia, senza nulla, furbo, venale, mezzano, ingannatore, avido, corruttibile, facinoroso, privo di cuore e d’intelligenza, estraneo alla comunità di cui fa liberamente traffico, strozzino, ruffiano, servile, volubile, cortigiano, imbroglione, arido, che crea, alimenta ed accarezza la concorrenza e quindi il pauperismo e il delitto, la dissoluzione di tutti i vincoli sociali”. L’altro indica il miracolo dell’industria e della mobilità, rimprovera al suo avversario di essere uno sciocco incapace di capire la sua natura (e ciò è giustissimo), che al posto del capitale morale e del lavoro libero vuole mettere la rozza e immorale violenza e la servitù della gleba; lo descrive come un Don Chisciotte che, sotto l’apparenza della rettitudine, della probità, dell’interesse generale, dell’ordine, maschera l’incapacità di muoversi, l’avida ricerca di godimenti, l’egoismo, l’interesse personale, la intenzione malvagia; lo proclama un monopolista consumato, e smorza le sue reminiscenze, la sua poesia, il suo romanticismo col racconto storico e sarcastico della bassezza, della crudeltà, della degradazione, della prostituzione, dell’infamia, dell’anarchia, della rivolta, che avevano le loro fucine nei castelli romantici”1. Provate a leggere la logica giuridica del “nomos della terra” come quella del proprietario fondiario e la logica culturale del nomadismo come quella del capitalista: se siete tentati di schierarvi, ricordatevi che il motivo per cui si sono sempre fatti la guerra era il diritto di sfruttarvi, l’uno come schiavi e l’altro come salariati.

Daniele Vazquez
21.02.2012

1. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 2004, pp.89-91