MASBEDO ::
STUDIO VISIT

Piccole ceramiche, immagini evocative, oggetti trovati e d’affezione, una cartina geografica dell’Islanda e persino una volpe impagliata… Lo studio milanese del duo artistico Masbedo (Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni) rispecchia perfettamente l’attitudine a fondere e convertire linguaggi e suggestioni attraverso un conturbante e imprevedibile impasto creativo. Ecco l’esito del nostro studio visit.

DROME: Come nascono di solito le vostre opere? 
MASBEDO: Spesso nascono mentre siamo in viaggio. Basta un piccolo spunto da cui parte una sorta di ping-pong creativo tra noi. Ci sono volte in cui l’idea è immediata, altre volte arriva inaspettatamente mentre stiamo realizzando un lavoro. Per esempio, mentre giravamo Until the End, a un certo punto la ballerina protagonista del video si è tolta le scarpe e abbiamo notato che i suoi piedi erano molto affaticati, da qui è partita l’intuizione e abbiamo deciso di girare il video mostrando i piedi nudi.

D: Ultimamente vi siete orientati verso una dimensione più performativa, a diretto contatto con il pubblico.
M: Nella nostra ricerca l’approccio teatrale e la trasversalità sono sempre stati presenti. Abbiamo iniziato a riflettere sull’esperienza della performance live nel 2009, dopo aver portato sul palco il video Glima, trasformandolo in un vero e proprio spettacolo. Ogni performance che presentiamo è unica, c’è molta improvvisazione sia dal punto di vista visivo sia da quello sonoro, grazie al contributo musicale live di artisti con cui abbiamo grande affinità, come Lagash, Gianni Maroccolo, il compositore islandese Borgar Magnason… Spesso il pubblico resta sbalordito, talvolta confuso, di fronte ai nostri live, indeciso se guardare la realtà da un lato o la sua rappresentazione dall’altro.

D: Avete dichiarato di voler dare l’effetto di “un pugno allo stomaco” con le vostre opere. Perché?
M: Per noi l’arte deve mettere il dito nella piaga. Pensa, per esempio, a Nantes Tryptich di Bill Viola, è un’opera dalla potenza devastante. L’arte deve essere esistenziale, non ce ne frega niente dei concettuali, ci piace l’arte scomoda, irritante, che sa trovare la vertigine.

D: Esistenziale?
M: Sì, come il cinema di Lars Von Trier, o l’impronta della mano sull’albero creata da Giuseppe Penone, o come L’uomo che misura le nuvole di Jan Fabre. Sono lavori emozionali, che rappresentano la vita. È fondamentale che la gente sia toccata dall’opera, l’arte che rappresenta se stessa non ci interessa. 


D: L’Islanda fa da scenario a diversi vostri lavori. Cosa vi spinge a legarvi a un determinato luogo?
M: Fin da quando abbiamo girato Il mondo non è un panorama nell’isola di Lanzarote, ci sentiamo attratti dalle terre “primitive”: nulla assoluto, vulcani, luoghi abbandonati che riflettono la desolazione della contemporaneità. Il paesaggio islandese rientra in questa categoria. Anche girare Serendipity a Beachy Head, in Gran Bretagna, è stato molto stimolante. È un posto assurdo, una perfetta distesa di verde che termina in un dirupo sull’oceano. La mattina le coppie vi si giurano amore eterno mentre la sera diventa meta di suicidi. Non è la natura consolante a piacerci, preferiamo camminare sul confine tra la meraviglia e la morte.

D: Quali sono le prime immagini che vi vengono in mente con le parole incanto e disincanto?
M: Con incanto il rosso, il colore del sangue che scorre. Con disincanto, invece, il nero. Entrambe contengono la parola canto: l’una canta la passione, l’altra un canto scuro.

D: Se dovesse capitarvi di creare un video per una canzone o una melodia, quale sarebbe?
M: Sarebbe qualcosa degli anni ‘60, struggente, per esempio una canzone di Bruno Lauzi. Oppure, se dovessimo scegliere qualcosa di straniero, sarebbe senz’altro una canzone dei Portishead.

D: Un libro a cui vorreste “regalare” le immagini?
M: Un’infinità. Siamo molto simili nei gusti letterari, adoriamo Michel Houellebecq, Albert Camus… Probabilmente sceglieremmo gli aforismi di Cesare Pavese. 

D: C’è un oggetto che possiede un particolare valore simbolico per voi?
M: Sì, è una piccola scultura di una madre che allatta un bambino. La sua particolarità è che la figura materna ha un chiodo al posto della testa. L’abbiamo trovata nella spazzatura e ricorre spesso nei nostri lavori. È un’immagine molto forte, Freud ci avrebbe scritto otto libri!

D: Progetti in corso o imminenti?
M: A settembre saremo al Romaeuropa Festival con Il rimedio della Fortuna, con la partecipazione dell’ensemble Sentieri Selvaggi e di Fanny Ardant come voce narrante. A novembre invece prenderemo parte alla mostra collettiva Digital Life presso il MACRO Testaccio. Inoltre, stiamo scrivendo un film, ma non sappiamo ancora né come né quando verrà prodotto. La storia è tratta da un soggetto di Maurice Maeterlinck. Racconta di un uomo che, partendo dall’estrema pietas, finisce con il sentirsi come una sorta di Dio, decidendo del destino degli altri. Probabilmente lo gireremo in Islanda.

testo di Francesca Cogoni
foto di Carlo Beccalli per DROME magazine
30.07.2012

web: www.masbedo.org