LUCY+JORGE ORTA ::
INTERVIEW

Roma, Lille, Marsiglia… tappe di un percorso presente e in divenire in cui luoghi e materiali dialogano con la creatività dei coniugi Orta – Lucy (Sutton Coldfield, UK 1966) e Jorge (Rosario, Argentina 1953), all’insegna della sinergia con un team straordinariamente ampio e vario di collaboratori. La loro è un’indagine che esplora trasversalmente l’arte sociale e ambientale, entrando nel vivo di questioni legate a identità, ecologia, storia, territorio. Al MAXXI, che già nel 2011 aveva accolto la loro cena-performance The Meal – Act XXXII, presentano nell’ambito di “Tridimensionale” la complessa installazione Fabulae Romanae, a cura di Maria Luisa Frisa, con un video, una serie di disegni e sculture con indumenti e tessuti, commissionata da Ermenegildo Zegna con il supporto del Centre for Sustainable Fashion, London College of Fashion (fino al 23 Settembre 2012). Li abbiamo incontrati, ritratti, interpellati.

Lucy + Jorge Orta, Fabulae Romanae, photo by Claudia Pajewski for DROME magazine

DROME: Come nasce Fabulae Romanae, lavoro che sintetizza momenti importanti del vostro percorso creativo e, allo stesso tempo, instaura un rapporto diretto con la committenza? Per l’installazione, infatti, avete utilizzato tessuti innovativi prodotti dell’azienda Ermenegildo Zegna, scelti – come si legge nel comunicato stampa – “per le loro qualità materiche a rappresentare una funzione simbolica di protezione”.
Jorge Orte: Io e Lucy ci conosciamo e lavoriamo insieme da vent’anni. Lei viene dal campo della moda, è stilista di professione, ed è stata sempre molto interessata agli sviluppi tecnologici del tessile. Ha un’attrazione forte per tutto ciò che riguarda le possibilità della fibra naturale e sintetica. In questo contesto, la relazione con Zegna è stato il tessuto – lui produce un certo tipo di tessuto e noi abbiamo usato un pezzo di quel tessuto -, ma nello stesso tempo l’incontro magico è stato nella condivisione di un obiettivo di vita comune, di un pensiero legato all’arte e alla cultura in cui la società industriale è associata alla poetica dell’artista.

D: Abito e casa sono due strutture tridimensionali che, analogamente, accolgono/avvolgono/ proteggono l’uomo tanto nella sua individualità, quanto nelle dinamiche sociali. Quali sono, secondo voi, le caratteristiche che le accomunano?
Lucy Orta: Esaminiamo questi problemi in vari modi e con progetti diversi, tipo “refuge wear” e “body architecture”, che indagano – come hai notato – sia l’aspetto architettonico che quello di indumenti. In Fabulae Romanae si trova anche l’idea di trasformazione, per esempio da vestito a sacco a pelo e da sacco a pelo a zaino, cioè un’idea di multifunzionalità. Allo stesso tempo siamo particolarmente interessati all’aspetto metaforico del concetto di rifugio, di protezione, di “nexus architecture”. Tutto il progetto, infatti, è collegato non solo nella sua parte architettonica e di performance: l’indumento crea una catena nella società, che è quella tra l’individuo e il contesto. Si può dire che il vestito funzioni come una membrana e crei un network tra la struttura, l’azione della performance, l’abito in sé e la situazione all’interno della città. In questa mostra, in particolare, troviamo interessante l’idea architettonica della tenda che è come una baracca, ma è anche collegata alle cupole di Roma. Avevamo cominciato a fare ricerche anche sui sette colli, ma in realtà questo contesto non è solo romano, è un concetto universale di tenda-cupola-architettura.

D: Quali sono le minacce più imminenti da cui proteggersi? Quale è la vostra idea di catastrofe, presenza sotterranea ma costante del vostro lavoro.
JO: Abbiamo coscienza delle minacce imminenti da cui dobbiamo proteggerci e gran parte del lavoro va in questa direzione, ma non si tratta di catastrofi ecologiche o altro, anche se ci sono sicuramente presenze reali quando parliamo dei problemi, ovunque nel mondo, come l’acqua, l’inquinamento… Le minacce più pericolose, però, sono quelle invisibili, sotterranee e silenziose – come l’individualismo, l’ignoranza nei confronti dell’altro, la legge del più forte – che mettono a rischio la società. E senza la società tutto diventa selvaggio, non ci sono più i valori e le regole di convivenza. Per questo, molte delle nostre opere sono relazionali, comunitarie e di collegamento, per permettere la conoscenza dell’uno con l’altro, creando una linea di convergenza. In realtà, siamo molto positivi e ottimisti, crediamo nella capacità dell’individuo – con tutte le sue debolezze – e della società stessa nel saper ricostruire. Il problema, semmai, è che i tempi sono molto lenti. Vediamo una società assopita che non vuole vedere certi problemi: l’intento del nostro lavoro è di dare un segnale di allarme per risvegliare le coscienze e invitare ad agire.

Lucy + Jorge Orta, Fabulae Romanae, photo by Claudia Pajewski for DROME magazine

D: Alcuni vostri progetti, come Urban Life Guards – iniziato nel 2004 – sono work in progress: come si colloca il concetto di tempo all’interno del vostro lavoro?
LO: Hai fatto l’esempio di Urban Life Guards, ma in realtà questo progetto viene da un lavoro precedente che si chiama Connector. Ogni nostro lavoro è collegato ad altri, di fatto si tratta di un unico progetto. Si ha la tendenza a separare ogni progetto, quando, tuttavia, il processo creativo è simile alle radici dell’albero che escono in varie direzioni, ma appartengono ad un unico tronco. Urban Life Guards è una particolare sperimentazione, ma abbiamo smesso di usare il termine “urban”, perché non parliamo solo di situazioni urbane, ma anche di natura e ambiente, così è diventato “life guards”, e da lì si è ulteriormente evoluto. In questa mostra al MAXXI ritroviamo “spiriti” che funzionano come guardie del corpo, ma non li chiamiamo più “life guards”, perché il loro ruolo è polisemico, non più soltanto di guardiani/salva vita.
JO: Sì, la nostra opera fa parte di un unico lungo processo. La scultura in sé, come pure il piatto di ceramica o il disegno, non dicono molto dell’opera. Sono solo una piccola parte di quella che è la “scultura umana”, la “scultura sociale”. Dobbiamo sentire l’opera come un processo di osservazione e analisi della società, sul cambiamento e sul funzionamento di cui siamo osservatori, spettatori, attori. Ciò deve servire come mezzo per trasportare il pubblico in un contesto sociale, invitandolo a fare un giro per la città – in questo caso Roma – come “spiriti”, a creare la favola da sé, tirandone poi le conclusioni.

D: Quanto è importante per l’elaborazione dell’idea, nel passaggio da progetto ad opera, l’esperienza in situ? Mi riferisco, in particolare, al Polo Sud con Antarctic Village – No Borders…
JO: Consideriamo il nostro lavoro contestuale. Tutto è basato sulla capacità di osservare e rispondere, in tempo più o meno reale, alla società di cui facciamo parte, in ambito locale e internazionale. Il progetto sul Polo Sud, in particolare, è stato molto difficile perché era complesso. Bisognava trovare i finanziamenti e organizzare la logistica. Siamo stati lì per tre settimane, ma per montarlo ci sono voluti quindici anni. Con Lucy c’eravamo anche detti che non era così necessario andare fino in Antartide – era importante il concetto, per cui potevamo immaginare il luogo e fare, magari, un disegno. Ma non è uguale mettere i piedi in una situazione reale nell’estremo del mondo per parlare di un territorio neutro, vergine, sentendo il vento a 120 km all’ora e la percezione di uno spazio infinito. Avere, quindi, la consapevolezza di trovarsi in un territorio completamente nuovo, in cui anche il concetto di identità e territorialità non è come quello che si può immaginate stando al caldo in ufficio. Noi ci prendiamo il tempo necessario, ma poi andiamo nel vulcano, Giappone, per fare il nostro progetto all’interno del cratere, oppure al Machu Picchu, in piena guerriglia, per lavorare con gli Incas. Parliamo, insomma, di territorialità in maniera concreta, stando nei territori stessi. Anche quando siamo andati in Amazzonia, nella giungla, non avevamo necessità di andarci realmente, in fondo potevamo vedere i documentari o cercare informazioni su internet, ma ti assicuro che quando si arriva lì è tutto completamente diverso. Dopo aver vissuto esperienze come queste, inevitabilmente si guarda la realtà con altri occhi.

D: Attivismo sociale e arte etica sono due definizioni ricorrenti in relazione al vostro lavoro. Quale è esattamente il significato di “arte come utopia fondatrice”, come l’avete definita in altri contesti?
JO: È il fondamento del nostro pensiero ed è la definizione del nostro lavoro. Personalmente, appartengo ad un’altra generazione, a quella dell’utopia degli anni Sessanta. Soprattutto in America Latina si credeva nel voler cambiare il mondo, chiunque – di qualsiasi classe sociale – lo sentiva come un dovere. Gli studenti di tutte le università avevano gli stessi ideali. Non tutto era buono delle esperienze di allora, tante cose erano sbagliate. Lo stesso Che Guevara – di cui ho vissuto in prima persona gli ideali – ha fatto una catastrofe, tanti morti, tante frustrazioni. Tutto questo oggi non esiste più. Il pensiero è cambiato molto, ci sono preoccupazioni diverse. Eppure, c’è più che mai bisogno – ovunque – di credere ancora in un grande sogno, in grado di essere rapportato alla realtà costruttiva e attiva nel sociale.

Lucy + Jorge Orta, Fabulae Romanae, photo by Claudia Pajewski for DROME magazine

D: Professione e vita privata sono un tutt’uno – dal vostro incontro a Parigi all’inizio degli anni ’90, siete lo Studio Orta, e ci tenete a considerare il vostro lavoro come una co-creazione, in cui l’apporto di ognuno dei due è, in qualche modo, anonimo. Quanto è difficile riuscire a conciliare questi ruoli?
JO: Intanto ci sono Lucy e Jorge e la loro interazione professionale. Riconosciamo di avere una fortuna incredibile se ancora oggi, dopo vent’anni, siamo di una complementarietà straordinaria. Tutto quello che non mi piace fare, che non so come si fa o che, comunque, è un problema per me, a Lucy piace farlo. Quello, invece, che lei ha paura di fare, per me è semplice. Siamo in due e possiamo ripartirci il lavoro in maniera complementare, non in una sovrapposizione di competenze. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, da questo punto di vista, perciò, è molto fluido. Ma quando parliamo di co-creazione, non è tanto riferita a noi, quanto al processo collettivo di introdurre nell’opera d’arte tutta la collaborazione, la partecipazione, gli interventi esterni. Infatti, lavoriamo con i bambini, i disadattati, gli intellettuali, i filosofi, gli scienziati… persone che invitiamo a far parte del lavoro, non solo a venire a guardare. Accompagniamo un processo di “poetizzazione quotidiana”, ovvero di trasformazione in un atto poetico di tutto ciò che, nel quotidiano, può essere banale o scientifico. Questo è il nostro lavoro di co-creazione. Invece, riuscire a conciliare questi ruoli con la famiglia è una catastrofe! È veramente molto difficile: tanti viaggi, tanto lavoro, tante pressioni.
LO: Adesso per tre mesi mi fermo, senza andare allo studio, e sto con i nostri figli. D’Estate gli dedichiamo sempre un mese, e quando è possibile viaggiano con noi, come quando siamo stati invitati per un progetto in Australia.
JO: Del resto abbiamo scelto noi di avere dei figli.

D: Quanti figli avete?
JO: Tre.
LO: Quattro.
JO: Tre, quattro… Tra i 12 e i 29 anni.

D: Quale è stata la motivazione che vi ha spinto a lasciare Parigi per trasferirvi, nel 2000, in un sito di archeologia industriale a Marne-la-Vallée?
JO: È un fenomeno comune a tanti artisti, quello di essere impossibilitati a trovare grandi spazi nelle metropoli. Sicuramente è così a Parigi e a Londra, e noi avevamo bisogno di avere uno spazio più grande, sia come deposito che per realizzare grandi lavori. Questo ci ha portati fuori Parigi. All’inizio abbiamo trovato una vecchia latteria di duemila metri e abbiamo cominciato a sistemarla. Questo ha cambiato tutta la nostra vita, perché abbiamo cominciato a fare dei lavori ancora più grandi. Ma quello spazio che sembrava grandissimo, con gli anni è diventato piccolo, così è stato aggiunto un mulino, poi un altro mulino. Ma non è solo una questione di spazio: sia io che Lucy abbiamo una grande passione per l’archeologia industriale. È anche un grande piacere, oltre che una responsabilità, il recupero e la valorizzazione del patrimonio e del passato. D’altra parte, lo spazio è anche uno spazio di vita, di lavoro, di complicità con residenze d’artista e studenti. Viviamo tutti insieme, lavoriamo insieme, mangiamo insieme e trascorriamo molto tempo a dialogare. Un tipo di esperienza comunitaria che riteniamo particolarmente importante.

testo di Manuela De Leonardis
foto di Claudia Pajewski per DROME magazine
27.04.2012

www.studio-orta.com

DROME vi consiglia la seguente mostra colletiva con Lucy+Jorge Orta:

TRIDIMENSIONALE
MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo
Via Guido Reni, 4/A
web: www.fondazionemaxxi.it

Roma, fino al 23 Settembre 2012