LES FRÈRES BOUROULLEC ::
INTERVIEW


o della delicatezza che salverà il mondo

 

Mentre la Francia incensa quest’anno i fratelli Bouroullec da un angolo all’altro dell’esagono, noi li interroghiamo su Madre Natura ispiratrice, gli incontri che cambiano la vita e le strategie di sopravvivenza al temperamento degli italiani, partner privilegiati in un lavoro-missione che li vede tracciare dolcemente le vie per un mondo migliore

Le loro creazioni fanno parte delle collezioni permanenti del Centre Georges Pompidou e del Museum of Modern Art di New York, ma la Francia, a vero dire, in fatto di attenzioni li ha fatti un po’ attendere. Le cose cambiano, e oggi i bretoni naturalizzati parigini Ronan e Erwan Bouroullec sono in mostra a Bordeaux all’Arc en rêve e al Centre Pompidou di Metz.

Anni addietro, era il 2002, era stata Londra a dedicargli una personale, al Design Museum, non prima però che Hedi Slimane e Issey Miyake li avessero chiamati per i loro spazi. Vincitori del New Designer Award all’ICFF di New York (1999), eletti creativi dell’anno nel 2002 al Salon du Meuble e al Now! lo scorso Gennaio, dal 1997 non smettono di progettare e, soprattutto, di essere prodotti dalle più grandi case di design in circolazione.

La mostra bordolese è un elogio alla lentezza, alla calma e alla grazia di questi due giovani designer (classe 1971 e 1976) che hanno inaugurato, al Salon du Meuble di Parigi del ’97, lo stile flexiscape: moduli componibili, oggetti reversibili e spazi aperti grazie alla loro Disintegrated Kitchen. In questa stessa occasione, l’incontro “soprannaturale” – come lo definisce Ronan – con il mitico Giulio Cappellini, accompagnato dalla frase oracolare di un giornalista italiano: “A partire da questo momento, la vostra vita cambierà…”. Ma “avere una buona idea non è un riflesso automatico” – spiega Ronan -, ed è per questo che una delle loro maggiori preoccupazioni è la documentazione del lavoro: disegni, schizzi, modellini fanno parte della loro opera, come dimostra la valorizzazione che gli riserva oggi l’Arc en rêve.

Fatta questa doverosa premessa, sono le nuvole (Clouds) per Kvadrat e le alghe (Algues) per Vitra, ma anche per altri versi la caraffa Torique, che mi hanno fatto pensare ai fratelli del design francese in fatto di soprannaturale, perché nel loro lavoro c’è un qualcosa di magico e di etereo, malgrado sembri che facciano di tutto per restare presenti a se stessi e con i piedi ben piantati, leggiadramente, sulla terra. Da qui la mia intenzione di interpellarli al riguardo, sfidando la loro nota laconicità. Ed è Ronan, il fratello maggiore, a rispondere alla mia chiamata.

Ronan and Erwan Bouroullec, A north tiles walk for kvadrat, © Ronan and Erwan Bouroullec

DROME: Il tema del soprannaturale… le dice qualcosa?
RONAN BOUROULLEC: Sì… non ho delle risposte molto didattiche da darvi, ma nei nostri oggetti esiste una certa forma di straordinario e di magico: creiamo oggetti utili che spesso prendono una direzione a sorpresa.

D: Quello che vedo nelle vostre forme e nelle vostre linee è la creazione di una natura addomesticata che non esiste in città, umanizzata e inoffensiva. Vi riconoscete in quello che dico?
RB: Sì e no. Per prima cosa, non mi pone alcun problema il fatto che ci sia un altro tipo di analisi diversa dalla nostra, anche perché non è il nostro mestiere. Poi, la questione della natura è una questione che ci sta a cuore perché siamo cresciuti in campagna e i nostri primi vent’anni li abbiamo passati in Bretagna (i fratelli Bouroullec sono nati a Quimper, NdR). La questione dell’ambiente naturale è molto importante per noi. Ma il nostro lavoro esiste attraverso delle forme geometriche, senza la reale intenzione di fare della geometria naturale, come per esempio nel caso delle “Alghe” o della sedia Vegetal (per Vitra, NdR). Non abbiamo preso delle alghe chiedendoci come potevamo tradurle in un oggetto di plastica, ma a posteriori ci si può rendere conto delle similitudini: quello che voglio dire è che la natura non è una forma di ispirazione diretta o un punto di partenza.

D: Come nascono le “Alghe”?
RB: Innanzitutto, da una questione pragmatica: realizziamo una certa quantità di pareti di tipo differente da una decina d’anni e il nostro obiettivo è di creare degli elementi divisori che non siano rigidi, ovvero che possano interagire con lo spazio architettonico in maniera diffusa, al contrario della linea diritta che crea un formato ben preciso. Il punto di partenza è trovare un principio che permetta di separare lo spazio in maniera leggera e in una forma trasparente, ma senza essere legato ad un approccio di geometria lineare. È come un bell’albero all’interno di una casa: gioca un ruolo nello spazio e ha una presenza fisica legata all’architettura, ma può integrarsi in una maniera perfetta senza, per esempio, seguire precisamente l’altezza del soffitto.

D: Avete una visione utopica del mondo?
RB: Sicuramente. Forse è un approccio un po’ antiquato, ma in qualità di designer, come tutti i creativi e anche gli scienziati, partecipiamo all’elaborazione di un mondo mi-gliore, ognuno con le proprie competenze e a partire dalla propria dimensione. Quello che sappiamo è che l’ambiente nel quale viviamo influenza il nostro umore e, di conse-guenza, aspiriamo a riflettere su un mondo di migliore qualità. Siamo per l’approccio omeopatico: proponiamo delle idee indolori, dolci, al contrario delle soluzioni radicali che potrebbero essere paragonate alla posologia violenta in medicina.

D: Si può affermare che nei vostri oggetti ci sia una critica dello stile della vita occidentale?
RB: Si, ma non è una critica radicale. Se considero che un’idea è buona, per me è interessante condividerla. Avremmo potuto essere degli artisti, ma ci piace il design perché c’è un rapporto con la riproduzione estremamente interessante e un rapporto con gli oggetti che definirei popolare. Il termine di designer ingloba discipline diverse, e noi abbiamo deciso di avere una posizione critica lavorando per l’industria. Partecipiamo a questa grande macchina che è criticabile, ma muovendoci nel sistema, così da poter dare delle soluzioni. Credo in una sorta di evoluzione positiva che si diffonda in una maniera sottile e delicata.

D: Che tipo di relazione avete con i vostri oggetti?
RB: Il design è una disciplina che pratichiamo da tanto tempo e con molta passione. Abbiamo in effetti una relazione molto passionale con gli oggetti che creiamo, ma una volta che esistono, questo tipo di sentimento non esiste più. Non viviamo “negli oggetti”.

D: Collaborate con importanti case di paesi differenti… Visto che DROME è nato in Italia, sono tentata di chiedervi banalmente qual è la differenza tra la maniera di lavorare degli italiani e quella dei francesi.
RB: Il nostro successo lo dobbiamo principalmente all’Italia, perché siamo stati scoperti molto presto da Giulio Cappellini – lo dobbiamo anche a Rolf Fehlbaum, presidente di Vitra. Lavoriamo per delle ditte piccole e medie che sono dirette da un solo uomo. Questi due personaggi, Giulio Cappellini e Rolf Fehlbaum – ma anche Eugenio Perazza, presidente di Magis -, hanno delle personalità diverse e sono stati molto importanti per il nostro lavoro. Paragono spesso il mestiere di designer a quello dell’attore: un buon attore deve essere se stesso e, al contempo, adattarsi ai diversi registi. Un giorno deve far ridere e il giorno dopo deve essere drammatico, cioè deve proporre una serie di personaggi variegati e delle soluzioni multiple. In più, dobbiamo adattarci ai diversi progetti, perché il nostro campo d’azione è molto vasto: possiamo disegnare delle barche o dei gioielli e creare dei pezzi che saranno venduti in milioni di copie o pezzi più intimi.

D: Può raccontarci l’incontro con Giulio Cappellini?
RB: È il caso di dire che è stato un incontro soprannaturale!! Ero giovane, avevo 25 anni, ed esponevo in una fiera a Parigi, che oggi non esiste più (il Salon du Meuble, 1997, NdR). Giulio Cappellini, che era accompagnato dal giornalista Roberto Palomba, trovò il mio lavoro molto interessante e mi chiese se ci potevamo incontrare il giorno dopo per dei progetti. A quel punto, Palomba, critico di design e architettura, si voltò verso di me e mi disse: “A partire da questo momento, la vostra vita cambierà”. Ero troppo timido all’epoca e non risposi, e in più questo tipo di situazioni mi fa sorridere, perché possono sembrare desuete, ma… a partire da quel momento la mia vita è cambiata veramente.

D: Giulio Cappellini doveva essere una persona carismatica… immagino.
RB: Far parte di Cappellini è come far parte dell’A.C. Milan. Significa far parte della migliore squadra di calcio… Una decina d’anni fa era l’impresa di riferimento ed è Giulio Cappellini che ha dato il grande impulso al design, grazie al suo essere visionario. Il fatto di essere scoperti da lui aveva la sua importanza.

D: Collaborare con case di diversi paesi vi permette di paragonare le diverse culture… trovate che in Italia ci sono delle maniere di fare o delle tecniche che non si trovano più in Francia?
RB: Per me l’Italia resta il paese nel quale preferisco lavorare, anche se le relazioni sono complesse. L’Italia è come un alveare: nella sua struttura economica, artigianato e industria coabitano in maniera incredibile. C’è ancora una gamma straordinaria di produttori di dimensioni diverse. Per noi designer è un gran piacere lavorarci perché c’è una vera cultura dell’oggetto. In Francia, da una trentina d’anni, o ci sono grossi industriali o piccoli artigiani, non esiste la media impresa che ha la qualità di essere elastica. Quando faccio il paragone con le altre case del Nord-Europa, come Vitra, per esempio, posso dire che in Italia le relazioni umane e professionali sono molto teatrali e quindi un po’ complicate. Ma visto che si passa molto tempo a lavorare con le équipe italiane, perché la fase di ideazione di un progetto è lunga, posso dire che la loro maniera di essere conferisce agli oggetti una grande sensualità. Ci vuole fortuna, un po’ di magia e in effetti direi un po’ di spirito soprannaturale, e il fatto di essere in un contesto teatrale molto forte gioca un ruolo importante. Una parte dei nostri migliori progetti sono stati fatti con gli italiani, perché è presente una complessità generale del lavoro legata anche alle emozioni. Gli italiani lavorano innanzitutto con le emozioni: laddove le decisioni possono essere prese in una maniera molto fredda o obiettiva, in Italia non è mai il caso. E di conseguenza approdiamo a dei progetti che hanno una carica affettiva molto forte.

D: Vuol dire che la maniera di evolvere di un progetto è soggetta a questa maniera di fare?
RB: Sì, ma il rovescio della medaglia è che, come nelle relazio-ni passionali, si producono delle situazioni infervorate.

D: Cosicché all’inizio sarà stato difficile adattarvi al carattere passionale degli italiani…
RB: All’inizio eravamo giovani e timidi e abbiamo accettato molte cose, anche se incongrue. Eravamo guidati dall’amore per il design, ma abbiamo avuto la fortuna di essere di fronte a gente ugualmente appassionata. Poi, a livello finanziario o contrattuale ce ne fregavamo: talmente eravamo contenti di lavorare con Cappellini.

D: E oggi che conoscete i codici comportamentali, vi siete abituati alle loro reazioni “altamente infiammabili”?
RB: È strano, perché è da 15 anni che lavoriamo con loro, ma le relazioni restano sempre una scoperta e una sorpresa… è come una vecchia coppia che funziona bene.

D: Gareth Williams, professore al Royal College of Arts ed ex-sovrintendente incaricato del design al Victoria & Albert Museum, ha affermato che il vostro lavoro contiene una tensione equilibrata tra un controllo assoluto del vostro medium e una mancanza di rispetto totale delle convenzioni. Vi ritrovate in questa affermazione?
RB: Questa frase dice un po’ tutto e il suo contrario. Quello in cui credo veramente è una forma di delicatezza e di fi-nezza un po’ antiquata per una società così complessa come la nostra. Credo che gli oggetti abbiano un vero carattere ed è quello che cerchiamo di riprodurre nei nostri, nel bel mezzo del rumore assordante della nostra epoca. A molti il nostro lavoro può sembrare molle e senza temperamento, ma secondo me la nostra è la posizione più difficile, perché alla fine le cose delicate sono le più complicate.

D: Uno dei motivi per i quali ho deciso di intervistarvi per questo numero di DROME è perché trovo che rappresentiate molto bene la nostra generazione. Potete darmene una definizione?
RB: Ci sono 5 anni di differenza tra me e mio fratello Erwan: sembra poco, ma è tanto. Io avrò 40 anni quest’anno e ho un rapporto meno istintivo con l’informatica, mentre Erwan è nato con lo strumento digitale. Siamo di una generazione di transizione: io andavo male a scuola, ma nonostante questo ho una cultura del design legata alla storia del movimento italiano e ai grandi del design. Direi anche che ho un’impostazione accademica: 15/20 anni fa le risposte le trovavamo nei libri. Oggi i miei studenti fanno le ricerche su internet e ottengono un migliaio di informazioni. Internet è molto interessante, ma ho avuto la fortuna di avere una cultura rigorosa dell’oggetto del secolo passato, della rivoluzione industriale e poi del postmodernismo, insomma dei valori precisi. Ho l’impressione che i miei studenti siano colti grazie alla quantità importante dei dati che assorbono, ma la loro selezione del sapere è caotica e meno strutturata. In realtà, non mi sento di appartenere ad una generazione in particolare.

D: Le pareti di Alghe e Nuvole per me corrispondono al carattere nomade della nostra generazione: una generazione maltrattata dall’aids, dall’euro, dalla crisi e dalla disoccupazione e, allo stesso tempo, resa flessibile da questi fenomeni e anche dalla tecnologia e dalla facilitata mobilità.
RB: Sicuramente. Per me è difficile dire se rappresentiamo o no la nostra generazione, ma quello che mi pare fondamentale nella creazione dei nostri oggetti è appunto la flessibilità di cui parla. Nei nostri progetti consideriamo sempre quello che fa l’alterità e la complessità della vita. Quando proponiamo una mensola, pensiamo al fatto che debba essere facile da montare e da smontare. In effetti, la questione della mobilità è molto presente nei nostri oggetti. Io stesso ho traslocato tante di quelle volte…

D: In un’intervista, Erwan affermò che date un’importanza primordiale alla necessità di concentrare. Evitate che all’interno dell’oggetto si mettano a lampeggiare milioni di dettagli e di idee; la vostra creazione proviene da una forma di eleganza e di vera bellezza plastica.
RB: Ovviamente, la costruzione di una certa forma estetica ci interessa. La mostra di Bordeaux è una sorta di rassegna dei soggetti e dei supporti che utilizziamo, e si vede come la questione del disegno è molto importante per noi. Il design è diventato popolare e oggi molti mass-media si occupano di questa disciplina che si diffonde come… il tè. Ed è anche la maniera di parlarne che è importante: non c’è solo l’oggetto in sé, ma tutto quello che c’è intorno – gli appunti, i disegni, gli schizzi, i modellini e, in particolare, la fotografia dell’oggetto. E questa bellezza e eleganza di cui parlava Erwan è valorizzata dalla fotografia. Teniamo a documentare il nostro lavoro in maniera molto dettagliata con vari medium. L’unico che non dominiamo è quello della scrittura, che ci piacerebbe aggiungere per essere completi e per poter spiegare i nostri progetti in maniera precisa e adeguata. Abbiamo provato, ma non ha funzionato… è così frustrante…

 Tea Romanello-Hillereau

www.bouroullec.com

 Published on DROME 19 – the SUPERNATURAL issue