JHAFIS QUINTERO ::
NO COMPASSION, ONLY PASSION

L’esperienza di vita e l’espressione artistica di ogni artista sono intimamente legati – e se non lo sono, allora l’arte non rivela la sua profonda “verità mistica”. Ma quello che importa allo spettatore, non è tanto di capire l’esperienza di vita dell’artista, quanto di goderne la trasformazione finale, il risultato artistico. Quello che importa è la passione per l’arte, non la compassione per l’artista. In letteratura, un esempio potrebbe essere Varlam Chalamov, scrittore che ha trascorso vent’anni nel gulag e ha nutrito di questa esperienza i suoi straordinari Racconti di Kolyma. Leggendo queste storie, siamo presi da un’estrema ammirazione per l’eccellenza dello scrittore, ma proviamo poca compassione per l’uomo, un uomo che non abbiamo mai incontrato.
Ovviamente, quando l’artista è di fronte a noi, l’assenza di compassione diventa più difficile da raggiungere. Quando, ad esempio, guardiamo l’artista francese tetraplegico Jacques Coulais al lavoro, diventava abbastanza difficile parlare di arte senza neanche accennare alla tetraplegia dell’artista. Coulais aveva sviluppato un modo di dipingere molto particolare, usando le ruote della sua carrozzella come un pennello (il suo lavoro ha ispirato il video di Ali Kazma, Painter). Allo stesso modo, anche Jhafis Quintero (classe 1973), l’artista che rappresenterà Panama alla prossima Biennale di Venezia nel 2013, potrebbe stimolare la nostra compassione: ha passato dieci anni in prigione, ed è diventato un artista mentre si trovava dietro le sbarre. Come egli stesso ha dichiarato, la creatività è stata “essenziale per sopravvivere in galera”, esattamente come dipingere è stato essenziale per Jacques Coulais per “andare avanti”. Sembra anche molto difficile guardare i video di Quintero, in particolare We Only Exist When We Communicate, senza rendersi conto che l’artista abbia passato dieci anni in prigione.
Ma perché ci interessiamo tanto al fatto che questi due artisti – tra tanti altri – abbiano combattuto le loro condizioni estreme di reclusione, chi nel suo copro, chi nel cemento delle parete della cella? Queste situazioni di estrema sofferenza risvegliano il nostro gusto irriducibile per ciò che Paul Ardenne chiama “La passione per la vittima”: il nostro gusto per quel brivido molto speciale che ci avvolge mentre guardiamo le innumerevoli rappresentazioni del Cristo sulla croce, tanto per fare un esempio. Nel lavoro di Jhafis Quintero, come nei dipinti di Jacques Coulais, “il delizioso orrore” di Baudelaire si trova di più nella storia di questi artisti, piuttosto che nella loro arte. Quando l’artista – o qualcun altro, alla fine – si trova in una situazione di sofferenza, la condizione di osservatore rende lo spettatore più forte, più vivo, quasi eterno.
Eppure non è questo lo scopo di Jhafis Quintero e della sua arte. Lui non prova a risvegliare la nostra (com)passione per la vittima, la vittima che egli non vuole essere. Il suo scopo è piuttosto far confrontare lo spettatore con la sua reclusione, la sua incapacità di comunicare, la sua angoscia. Quintero era un detenuto, ma né la sua arte né la sua vita si sono limitate durante la detenzione. La vita in prigione è stata per l’artista un’esperienza feconda e ricchissima, come ogni esperienza che abbracciamo completamente. L’arte di Jhafis Quintero non ci parla del carcere, ma della vita stessa.
Quando lo sentiamo urlare “We only exist when we communicate” nel video omonimo (2010), Quintero ci parla di noi stessi e della paura abissale che abbiamo di svelarci, come viene richiesto ogni volta che si tratta di un’autentica comunicazione. L’amore non esiste se non si corre il rischio di venire uccisi dalla stessa persona alla quale desideriamo comunicare il nostro amore. Quando Quintero combatte se stesso con i suoi pugili (Knock Out, 2012), giocando con quell’altro Sé che tutti abbiamo dentro di noi e che non possiede un’ombra, ci parla delle nostre difficoltà a riconciliare tutte le facce di noi stessi. Quando ci fa vedere l’impossibilità dell’uomo e della donna di parlarsi in modo decifrabile (No I, 2011), ci parla di noi, della massima ansia che ci prende alla gola ogni volta che proviamo ad allungare la mano verso l’altro – che sia dell’altro genere o di un tempo o spazio distinto -, e del desiderio che quest’altro ci capisca, ci ascolti, ci ami. Quando Quintero scrive con della polvere una serie di parole indistinguibili che vengono soffiate via da un fantasma misterioso, mascherato, indistinto (Sweet Powder, 2011), l’artista evidenzia la paura che abbiamo di lasciarci guidare nella nostra vita da forze ignote e incontrollate.
La potenza dei lavori video di Jhafis Quintero non ha niente a che fare con una possibile compassione per il prigioniero che è stato anni fa. La potenza dei suoi video, al contrario, risiede nella trasformazione fondamentale di un’esperienza personale in un vissuto universale, quella precisa conversione che permette all’artista di raccontarci “la verità mistica”. Quando osserviamo i video di Jhafis Quintero, non abbiamo maggiore compassione di quella che potremmo avere per Varlam Chalamov. Tuttavia proviamo una simile ammirazione per l’eccellenza della conversione di una vita personale in un’arte universale.

Barbara Polla
14.02.2013