JAMES NACHTWEY – DROME 13

Rischia la vita per catturare l’orrore nell’istante in cui si consuma. I suoi scatti sono composizioni magistrali che strappano la brutalità dall’oblio. Rammentandoci atroci ingiustizie ed imperdonabili disuguaglianze, ci caricano di scomode consapevolezze. Mentre lui, che ha guardato a lungo nell’abisso, lascia a noi l’ultima parola

Chiariamo una cosa. Intervistare James Nachtwey ha raggiunto delle dimensioni rocambolesche: l’ho inseguito telefonicamente a Singapore e in Thailandia per due mesi, per riuscire finalmente a incontrarlo in febbraio, a Parigi, al Laboratoire, in occasione della mostra “Combat pour la vie”. La sua attività di fotoreporter di guerra sembra incarnare una delle più celebri frasi di Robert Capa: “Se le vostre foto non sono abbastanza buone è perché non siete andati abbastanza vicino al soggetto. Amate la gente e fateglio capire”.

La comunicazione con il fotografo americano, definito «il fotografo anti-guerra» per eccellenza, non è stata meno ardua. Quando si vedono dal vivo le sue immagini, però, si intuisce facilmente il motivo: i suoi occhi vedono da 20 anni, senza alcun filtro, degli orrori inimmaginabili, quelli che solo la guerra e l’indifferenza possono generare. Forse, a un certo punto, le parole diventano uno strumento poco efficace, superfluo, inutile.

Nachtwey, difatti, è una specie di fotografo-kamikaze che rischia la sua vita ‘lanciandosi’ letteralmente, armato solo della sua 35 mm, nelle situazioni più pericolose dei punti più “caldi” del pianeta, “semplicemente” per testimoniare.

Intervistato nel 1985 da Alain Mingam (chiamato in causa in DROME 12 – liberté) sulla sua necessità di fotografare la guerra, ha risposto: “Le guerre esistono da quando l’essere umano esiste. E man mano che gli uomini si ‘civilizzano’, i loro metodi diventano più efficaci, più barbari… La fotografia può avere un’incidenza sul comportamento umano che attraversa la storia? Un’ambizione ridicola e pretenziosa. Eppure è questa ambizione che mi spinge a fotografare la guerra”.

Da oltre 20 anni copre le crisi che scuotono il pianeta, ogni suo libro è prima di tutto un testo di Storia, ogni sua mostra è un evento. Le immagini di Nachtwey – che ha studiato storia dell’arte al Dartmouth College e che tra i suoi pittori preferiti cita Goya e Caravaggio – possiedono un’estetica raffinata che supera il reportage per farsi arte, e questo “suo malgrado” e nonostante le condizioni spesso proibitive in cui scatta. Ma sono, prima di tutto, eloquenti, forti, dure, audaci, scomode. Nel suo caso, le parole risultano superflue rispetto ad un’azione e ad un impegno mono-maniacale dalla vocazione militante e che prevede un solo obiettivo: denunciare l’orrore della guerra e dare la parola alle vittime silenziose dei soprusi. Ma questo non lo esime da dubbi. Il più grande problema con il quale mi sono confrontato nel mio lavoro è il rischio di approfittare della miseria degli altri. Questo pensiero mi ossessiona e mi perseguita tutti i giorni, perché se lasciassi la carriera e i soldi prendere il sopravvento sulla mia compassione, vorrebbe dire che ho venduto la mia anima”.

Ecco quello che ha detto a noi:

DROME: Nelle tue foto vedo molta umanità, ma quando sei in guerra dov’è questa umanità?

JAMES NACHTWEY: Io fotografo l’umanità. Milioni di persone stanno soffrendo di malattie infettive come l’Aids, la tubercolosi… e voglio che gli spettatori vedano questa situazione: io fotografo la realtà, non la fabbrico. Registro cosa c’è sul posto: se una persona è malata o in fin di vita non vuole dire che non sia umana.

D: Cos’è per te la guerra?

JN: Ho fotografato guerre e conflitti per moltissimi anni. In questa mostra (“Combat pour la vie”, con Asa Mader, presso Le Laboratoire, Parigi, NdR) si parla di malattie e quindi di salute. Per entrare in guerra ci vuole una volontà politica, e per far parlare delle malattie probabilmente ci vuole anche una volontà politica e tutte e due le situazioni richiedono attenzione e sensibilizzazione. Io sto cercando di creare questa sensibilizzazione.

D: Qual è la posizione del governo americano? E’ pro o contro il tuo lavoro ?

JN: Assolutamente contro! Infatti, ad esempio, c’è stata una senatrice che mi ha chiesto di usare le mie foto e affiggerle sul pavimento del Senato mentre cercava di far passare l’approvazione della legge per rendere accessibili le droghe per persone con l’Aids. Quindi, in realtà, lei usava il mio lavoro per portare avanti questa causa.

D: Esponi in America?

JN: Sì, molto, e ho un contratto dal 1984 con “Time Magazine”, per cui le mie foto sono pubblicate molto spesso.

D: Quale è la tua attività quando non ti occupi di reportage?

JN: Beh, io… fotografo. È tutto quello che faccio.

 

James Nachtwey photographed by Emilie Moysson for DROME magazine

BIO

James Nachtwey è, a livello planetario, tra i più importanti e premiati foto-reporter. Cresciuto in Massachusetts, ha studiato al Dartmouth College storia dell’arte e scienze politiche. Le immagini della Guerra del Vietnam e dei movimenti per i diritti civili giocano un ruolo importantissimo sulla sua decisione di diventare fotografo. Nel 1976 ha iniziato a scattare per un quotidiano a Città del Messico e nel 1980 si è spostato a New York. Il suo primo reportage, del 1981, documenta la Guerra civile in Irlanda del Nord durante lo sciopero dell’IRA. Conflitti bellici e impegno sociale scandiscono sin da allora i suoi giorni. Ha raccontato il Salvador, Nicaragua, Guatemala, Libano, la striscia di Gaza, Israele, Indonesia, Thailandia, India, Sri Lanka, Afghanistan, le Filippine, Corea del Sud, Somalia, Sudan, Rwanda, Africa del Sud, Russia, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Romania, Brasile e l’America del Nord.

Dal 1984 Nachtwey lavora per “Time Magazine”. E’ stato socio dell’agenzia Black Star dal 1980 al 1985 e membro dell’agenzia Magnum dal 1986 fino al 2001, anno in cui è diventato uno dei membri fondatori dell’agenzia di fotografia VII.

E’ stato insignito di una laurea “ad honorem” in Belle Arti dal “Massachusetts College of Arts”, dove ha anche esposto le sue fotografie. Mostre a lui dedicate si sono tenute, inoltre, all’International Center of Photography di New York, alla Bibliothèque nationale de France a Parigi, al Palazzo delle Esposizioni a Roma, al Museum of Photographic Arts a San Diego, alla Canon Gallery e al Nieuwe Kerk ad Amsterdam, all’Hasselblad Center in Svezia, …