GÖKŞIN SIPAHIOĞLU
DROME 18 – INFANZIA

Fotografare il sentire

“My secret?

I have always chosen subjects that people want to see:

children, women and old people rather than men”

Il suo nome è sinonimo di maestria nel fotogiornalismo, scandito da una carriera intensissima: Göksin Sipahioglu (Izmir, Turchia, 1929), ossia il fotografo, giornalista, caporedattore del quotidiano “Instanbul express”, corrispondente in Francia del quotidiano “Hurriyet”, colui che nel 1969, a Parigi, fonda con il giornalista americano Phyllis Springer la Sipa Press – negli anni ’90, la più grande agenzia privata di foto-giornalismo in Francia. Eletto nel 2004 Ufficiale dell’Ordine delle Arti e delle Lettere dal Ministero francese della Cultura e della Comunicazione, Sipahioglu viene investito nel 2006 del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Légion d’Honneur.
La nostra conversazione con lui prende avvio grazie a “Passions”, la mostra vista alcuni mesi fa alla Galleria Basia Embiricos di Parigi.

DROME: Le sue foto sono divenute icone. Ha interpretato fatti storici sorprendenti con immagini emotivamente coinvolgenti. Un po’ come quando si chiama un grande scrittore a commentare una realtà o a condurre un’inchiesta. Considera le sue foto testimonianze fedeli dell’atmosfera vissuta in quei momenti? 
GÖKŞIN SIPAHIOĞLU: Ho visto molti fatti che non ho potuto fotografare…, come il trasporto su camion militari di missili nucleari russi a Cuba, ad esempio. Molto più che rischioso.

D: Ha sempre preferito soggetti singoli alle masse. Come è riuscito, nell’estemporaneità di uno scatto, a catturarne i sentimenti più intimi e il loro carattere? 
GS: Questo era il mio hobby. E’ stata una sorta di empatia a spingermi a fotografare alcune persone, non sapendo – ovviamente – cosa stessero pensando.

D: Quale l’obiettivo della sua comunicazione per immagini? 
GS: Essendo stato caporedattore di un importante quotidiano, avevo familiarità nella scelta dei soggetti adeguati a riviste e giornali. Ho spesso scattato pensando ai soggetti che la gente avrebbe voluto vedere, riguardo alle notizie più scottanti. Molte altre volte, invece, ho seguito l’ispirazione, indipendentemente.

D: Bambini e adolescenti in guerra sono i soggetti privilegiati della sua macchina fotografica. In quegli scatti si riesce a vedere quella parte di loro apparentemente non ancora danneggiata da sconvolgimenti politici, sociali, bellici, ecc. I volti da lei fotografati raccontano paura, terrore, inquietudine, a volte speranza, altre spavalderia, altre ancora fermezza e austerità… Ritiene bambini ed adolescenti gli specchi più rivelatori di una guerra o di un paese in subbuglio?
GS: I primi bambini che ho fotografato erano palestinesi che, a Beirut, si esercitavano per diventare soldati. Nel 1970, la Sipa Press collaborò con Nicolas Hulot per pubblicare un libro sui bambini-soldati rivoluzionari.
Ho visto giovani soldati in Cambogia con addosso armi pesanti, più grandi di loro. Celebre la foto del ragazzo cambogiano con un bel foulard al collo, col volto rilassato, prima di un combattimento. Negli ultimi tempi, invece, si trovano solo bambini-soldati seri, in paesi africani o paesi asiatici, come Filippine e Sri Lanka.

D: Ricordiamo gli avvenimenti storici con maggiore facilità attraverso le immagini, piuttosto che con i testi. Pensa che possa continuare ad essere così, benché il foto-giornalismo sia cambiato radicalmente con l’avvento dell’era digitale?
GS: Oggi ci sono 1.000 volte più fotografi di una volta, perché la fotografia digitale facilita i passaggi. Ora le grandi agenzie, come Corbis e Getty, offrono foto on-line a buon mercato…
Eppure sono fiducioso: la maggior parte delle immagini pubblicate sullo Tsunami in Asia e sull’attentato alla metropolitana di Londra provengono da testimoni-amatori! Giornali e TV fanno spesso uso di scatti fatti da fotografi non professionisti.

D: Parigi, “la culla del foto-giornalismo”, come ha influenzato la sua professione? Come ha vissuto il passaggio dalla Turchia alla Francia, dove tre anni dopo il suo arrivo avrebbe aperto la Sipa Press, pronta a rivaleggiare con le celebri Gamma e Sygma, Reporters Associés, Dalmas, Magnum? 
GS: Nel 1966, l’agenzia VIZO mi chiese: “Perché non vieni a Parigi? Le principali agenzie si trovano qui”, così rischiai… Parigi era la “Mecca del foto-giornalismo”, anche perché molte riviste europee avevano gli studi in città e acquistavano direttamente dai fotoreporter.

D: Nel 2001, vendette la Sipa Press a Pierre Fabre, un industriale francese che tre anni più tardi la passò a Sud-communication. Se fosse tutt’oggi al timone della Sipa Press, come reagirebbe alle crisi di editoria e foto-giornalismo? 
GS: Mantenendo buone relazioni con i redattori-top di pubblicazioni, approfittando della qualità tecnica della fotografia digitale e scovando storie sconosciute ad altri giornali, come Sipa ha sempre fatto!

Elena Abbiatici