IN CONVERSAZIONE CON ED TEMPLETON
DROME 17 – TEMPO

Mind the Present!

 

C’è lo scorrere del tempo, in Ed Templeton, volto dopo volto, attraversando strade che si dipanano come le vene di un corpo, su skateboard veloci con cui reinventare la città. E, al contempo, c’è la necessità della lentezza, dell’intimità gustata goccia dopo goccia. Aspetti che si intrecciano, confini che sfumano e caratterizzano un modo di vivere il nostro tempo…

Ed Templeton (Orange County, 1972) inizia a pratica­re lo skateboarding negli anni ’80. Divenuto professioni­sta, comincia a viaggiare per il mondo. Dipinge, scatta fo­to, crea l’azienda “Toy Machine Bloodsucking Skateboard Company”.
Ispirato da Larry Clark nei primi tempi, se ne discosta pre­sto, affinando una sensibilità eclettica capace di cogliere nel lato personale delle cose anche il lato più condivisibile.
Nel suo lavoro, la pittura, il disegno e la fotografia si incon­trano in un organismo visivo pieno di snodi che mette al centro quel mondo di giovani del quale fa parte lui stesso. Giovani mostrati in trasparenza, mentre rendono palpabile quel desiderio di vivere che smuove tutti i sentimenti. Una quantità di scorci, situazioni, modi di essere e sentire, orga­nizzati secondo ritmi diversi, al di fuori di ogni caos e facile sintesi. Non c’è niente di nascosto o sfuggente, il mondo visto da Templeton sta tutto lì, in quel modo genuino di essere alla portata di tutti.

DROME: Guardando le tue immagini si ha la sensazione di muoversi velocemente attraverso la vita. Questa accelerazione è un aspetto del nostro tempo: che sensazioni dà?
ED TEMPLETON: Grazie. Penso che si abbia questa sen­sazione perché sono state scattate velocemente. Porto sempre con me una macchina fotografica, cercando di catturare quei piccoli momenti che penso possano raccontare una storia. Non vivo la mia vita velocemente, sebbene essendo uno skateboar­der possa sembrare così. C’è immediatezza nelle mie immagini perché le scatto rapidamente mentre sono in movimento. Non faccio molte immagini dove mi fermo, dove penso e dove passo molto tempo a comporre, cercando di farlo nel migliore dei modi. Di solito questo accade mentre sono in volo.

D: Per il tuo lavoro utilizzi vari mezzi che interagiscono tra loro. Quali sono le specificità della fotografia e della pittura? Come de­scriveresti questi diversi momenti? Come si incontrano tra loro?
ET: Quando concludo un lavoro, sia esso un disegno, un di­pinto o una fotografia, non vedo una grossa differenza. Mi piace esporli insieme, in modo che possano interagire. Sono sempre miei lavori, qualcosa che cerco di esprimere. Ci sono differen­ze scontate tra la pittura e la fotografia, per quanto mi riguarda quella più grande credo che sia il tempo. La pittura rappresenta il tempo che ci vuole per dipingere a mano, richiede molto tempo. Hai pieno controllo sulla resa dell’immagine che stai dipingendo. La fotografia, invece, rappresenta una piccola scheggia di tempo, frazioni di secondo. Le uniche cose che puoi controllare sono i bordi dell’immagine e l’inquadratura. Anche quello che lasci fuori è altrettanto importante. Ma con la fotografia, stai facendo “l’editing” del mondo che hai davanti.

D: Per Deformer (Damiani editore, 2008), hai disposto sullo spazio della pagina foto, lettere, dipinti, frammenti di diario e, naturalmente, tanto skateboard. Materiale accumulato in circa 11 anni. Cosa ti ha spinto ad affrontare questo lavoro legato alla memoria e al presente interiore?
ET: Ho voluto dividere il libro in due parti. Nella prima ci sono le lettere di mio nonno, le immagini di quando ero un ragazzino, mentre crescevo in periferia facendo skateboarding, e della mia futura moglie, Deanna. Questa sezione del libro mostra dove sono nato. La seconda parte, invece, rappresenta cosa sono diven­tato, ma solo attraverso le mie fotografie. Vuole trattare nello spe­cifico la tematica della periferia e cosa significhi per una persona crescere in un posto del genere. È qualcosa di molto personale, ma è anche il ritratto della vita a Orange County.

D: Sia i progetti grafici che le installazioni fotografiche delle tue mostre sembrano essere una specie di “caleidoscopio” della coscien­za, dove la tua vita si mescola a quella degli altri…
ET: Sì, è vero. Mi piace rendere opprimente il più possibile una mostra, voglio che lo spettatore possa immergersi nelle immagini, ed essere completamente travolto dalle cose che ri­chiedono attenzione. Ogni immagine si combina con quella che la affianca, e l’occhio di ogni persona può muoversi in direzioni diverse, fare diverse combinazioni. Mi sento tanto lontano quanto coinvolto dalla mia vita, non vedo come possa essere altrimenti! Spesso faccio parte dei miei scatti anche come soggetto. Penso che mostrare le mie reazioni personali o le mie esperienze conferisca sincerità ai miei lavori.

D: Le tue immagini fotografiche non si chiudono mai in se stesse. Guardandole, vedi ciò che c’è e immagini ciò che non è mostrato. La visione della realtà è un suggerimento dato all’immaginazione?
ET: L’immaginazione è una bella cosa. Ma spesso quel che viene lasciato fuori non è poi così interessante! Gran parte del mistero, però, sta nel fatto che lo spettatore pensi a co­sa non venga mostrato in una fotografia. Questo mi piace. Credo che un fotografo sia essenzialmente colui che edita il mondo reale all’interno di questi quadrati piccoli e semplici. In essi c’è molto più di quanto non si possa catturare, o che di proposito viene lasciato fuori.

Daniele Fiacco

Published on DROME 17 – the TIME issue