DAVID CRONENBERG ::
COSMOPOLIS

Anche Cosmopolis parla della crisi economica, ma David Cronenberg punta dritto al cuore di banche, multinazionali e mercati finanziari per denunciare il potere della finanza, pronto a speculare anche sulla nostra rovina. Presentato alla 65ª edizione del Festival di Cannes e distribuito in sala dal 25 Maggio, l’ultimo lavoro del regista canadese si ispira al romanzo più visionario di Don DeLillo, per raccontare la fine dell’epoca del capitalismo a New York.
Il mito del libero mercato, l’invenzione di Milton Friedman, professore della Chicago School of Economics, la globalizzazione, ovvero lo slogan dell’Impero per la dominazione sul resto del mondo, il Nuovo Ordine Mondiale di Washington, l’arricchimento di pochi e il dissanguamento delle masse, in qualunque modo la si voglia chiamare, questa è una finzione che ora sta finalmente crollando.
Un argomento importante e che non avevo mai affrontato prima: il denaro, il potere dei soldi, il modo in cui influenza il mondo. Per affrontarlo, non dovevo svolgere delle ricerche nel mondo della finanza. I suoi rappresentanti sono ovunque, in televisione, nei documentari e nei giornali. Loro agiscono e parlano proprio come descritto da DeLillo, i loro comportamenti sono uguali a quelli del protagonista del film”, ha dichiarato il regista.
Mentre la visita del presidente degli Stati Uniti paralizza New York invasa da cortei di protesta di chi è vittima di un sistema economico che condanna i più alla misera, Eric Packer, un giovane ultraliberalista, interpretato da Robert Pattinson, ha un’ossessione, farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall’altra parte della città. Passerà un’intera giornata per le strade di Manhattan, protetto nella sua lussuosa limousine bianca. Ed è proprio da qui che assiste impotente al crollo del suo impero personale e alla fine del mondo capitalista. È inoltre convinto che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? E dove?

Una svolta intimista per Cronenberg, che confina ad un luogo ristretto e claustrofobico di una limousine lunghissima, blindata e insonorizzata, la rappresentazione dello spettro del capitalismo, la voglia di dominare e possedere tutto. In totale contrasto con il caos che regna all’esterno, dove i topi divengono l’eloquente simbolo della voracità economica, che fagocita cose e persone, Eric Packer si crea, all’interno della sua auto superaccessoriata e computerizzata, e in costante contatto con i mercati azionari, una realtà ordinata e lucida. Qui incontra gente, discute con i suoi dipendenti, fa sesso con donne diverse, tra cui Juliette Binoche, nei panni della quarantunenne mercante d’arte, e si sottopone a costanti visite mediche. Il tutto inframmezzato da dialoghi, in gran parte fedelissimi a quelli del romanzo, intrisi di riflessioni e spunti filosofici su questioni universali. Nel suo delirante percorso attraverso le strade della città, da molti paragonato a quello di Leopold Bloom nell’Ulisse di James Joyce, Erick Parker verrà posto di fronte ad una realtà fino ad allora sconosciuta, nella quale eventi imprevedibili ed asimmetrie di ogni tipo possono fare irruzione senza che nessun modello matematico potrà mai, proprio per la sua intrinseca natura, né comprendere né controllare. L’asimmetria della prostata di Eric, del matrimonio senza sesso con sua moglie e del suo taglio di capelli, diventano allora metafora del fallimento del sistema capitalista. E, per il golden boy, inizia una lenta discesa verso gli inferi sino alla resa dei conti finale con il suo killer, un bravissimo Paul Giamatti, che lo vorrebbe uccidere come simbolo dell’opulenza della società moderna. Qui si compie l’odissea del protagonista nel film di Cronenberg più profetico e più brillantemente malato degli ultimi anni. “Quello che vediamo è esattamente quanto propugnato nel Manifesto da Karl Marx, – racconta il regista – si parla infatti del modernismo di un’epoca in cui il capitalismo avrà raggiunto un tale livello di espansione che la società andrà troppo velocemente per le persone, e in cui domineranno le cose intangibili e imprevedibili. Era il 1848!”.
Peccato che il film inciampi troppo spesso in tempi morti e in una certa prolissa verbosità, al limite del metaforico spinto, tanto da rischiare di lasciare lo spettatore quasi impassibile davanti alla disgregazione non solo di un individuo ma di un’intera società. Ma, probabilmente, questo è l’effetto subliminale, voluto dallo stesso Cronenberg.

Monica Straniero
01.06.2012

COSMOPOLIS
Un film di David Cronenberg
01 Distribution, 2012
web: www.cosmopolisthefilm.com