ALI KAZMA ::
INTERVIEW

I suoi lavori sono stati descritti come archeologici, poetici, rigorosi, estremamente realistici. Effettivamente, i video di Ali Kazma (Instanbul, 1971) mettono in moto un ampio e diversificato spettro di emozioni, suscitando nello spettatore meraviglia, ammirazione, rigetto o ansia a seconda del soggetto di volta in volta indagato. Come un cauto esploratore, una presenza impalpabile e discreta, Ali Kazma si addentra in luoghi dalla forte identità storico-sociale (come in Absence) o in specifici contesti lavorativi (come nella serie Obstructions), filmando con stupefacente precisione dettagli e gesti, registrando suoni e movimenti nel loro puro accadimento, svelando meccanismi spesso sconosciuti all’occhio, processi inediti o nascosti.

Già presente, proprio con la serie Absence, nel numero in corso di DROME, Catastrofe, abbiamo ri-incontrato Ali Kazma in occasione della mostra Intimacy, la sua seconda personale appena conclusasi presso la Galleria Francesca Minini di Milano.

DROME: Nel tuo recente video Absence, girato in una ex base NATO in Olanda, la figura umana è sostituita dalle tracce del suo passaggio, da segni e oggetti legati al vecchio ruolo di quel posto. Qual è stato il tuo approccio al luogo e che cosa hai inteso comunicare con questo progetto?
ALI KAZMA: Da tempo ero interessato al soggetto della macchina bellica e volevo includerlo nel mio lavoro. Come si può immaginare, è molto difficile ottenere il permesso per fare riprese nelle zone militari, soprattutto se c’è il sospetto che tu possa non avere una prospettiva da “Top Gun”. La guerra è un tema complicato su cui lavorare, è stato esplorato, demonizzato, trasmesso in TV, romanzato, moralizzato, sfruttato, semplificato, trasformato in farsa… Sembra che tutto quanto si può fare con questo soggetto sia stato già fatto in un modo o nell’altro. Quando mi è stata concessa l’opportunità di accedere nella base, il mio primo approccio è stato quello di osservare le piccole cose, cose che abitualmente nessuno associa a quello spettacolo che è diventato la guerra. Attraverso questi piccoli dettagli, ho cercato di costruire una rappresentazione di quella mentalità, la comprensione del mondo insita nella macchina bellica. Si tratta, in fin dei conti, di un mondo impossibile. Un mondo costruito da esseri umani che fanno sogni impossibili. Un mondo senza umani. La base NATO del video è esattamente così.

D:Pensi che avresti mantenuto lo stesso approccio e raggiunto lo stesso effetto se avessi fatto le riprese in un posto simile, ma ancora operativo e abitato?
AK: Lo avrei affrontato in modo diverso. Avrei focalizzato il video sulle persone che costruiscono energicamente quel mondo impossibile. Mi sarei concentrato ancora una volta sull’estrema razionalità ed economia degli spazi e dei materiali in uso nella base, ma ci sarebbe stata una maggiore tensione, maggiore speranza, poiché tutte le attività umane, quando sono mostrate attraverso le immagini, in qualche modo si legano le une alle altre.

D: Hai affermato di essere “interessato alle posizioni trascendentali nell’arte e in ogni attività, a forzare i limiti”. Puoi spiegarci cosa intendi esattamente e in che modo metti in pratica questo proposito?
AK: Succedono cose interessanti quando si forzano i limiti; quando si entra in uno spazio di cui non si ha il controllo; quando bisogna prendere una decisione di cui non si è sicuri o si affronta un ostacolo nuovo. È in questo modo che si può mettere alla prova ciò che si è diventati. Bisogna chiamare a raccolta dentro questo territorio inesplorato tutto ciò che si è e si possiede, nella speranza che attraverso questo conflitto si possa intraprendere un nuovo sviluppo.

D: Per la tua serie video Obstructions, ti sei introdotto in numerosi contesti lavorativi peculiari, lavorando in condizioni molto diverse. Hai mai provato una sorta di disagio durante le riprese o c’è stato qualche momento in cui è stato difficile restare impassibile o – per usare la tua definizione – essere come un “fantasma”?
AK: I primi giorni di riprese di Slaughterhouse sono stati molto difficili, soprattutto per i miei sensi. La puzza nel posto era palpabile, quasi materiale. Anche con i video Dancer e Dance Company ho avuto qualche difficoltà. Sentivo che qualcosa di essenziale continuava a sfuggirmi.

D: Con quale progetto sei impegnato al momento?
AK: Sono alle prese con il montaggio di Automobile Factory, un video che ho girato nella fabbrica della Audi, a Ingolstadt, in Germania.

testo di Francesca Cogoni
foto di Carlo Beccalli per DROME magazine
07.05.2012

Ali Kazma
Intimacy
Galleria Francesca Minini
Via Privata Massimiano, 25
web: www.francescaminini.it

Milano, 23 Marzo – 03 Maggio 2012